Con chiarezza si può affermare che Marcetelli,
nel corso del XII secolo, già aveva uno statuto "di mano antica",
rinvenuto nell'archivio Vaticano da Monsignor Angelo Mercati, fra "gli Statuti
Feudali del Cicolano" insieme ai documenti storici della nobile famiglia
dei Mareri. L'atto giuridico che esprimeva formalmente le norme organizzative
del "Castrum di Marcetelli", parlava infatti, dei Mareri, a cui apparteneva
il Castello, delle prestazioni che dovevano essere corrisposte al Signore, e della
colletta che bisognava pagare alla Curia, ogni anno ed in perpetuo, il 15 agosto,
festa dell'Assunta. Lo Statuto contemplava, inoltre, che
i Signori Mareri erano i veri padroni delle chiese di Santa Lucia e di Santa Maria
de Illicis, in esse rappresentavano in caso di mancanza, Rettori e Chierici. Nell'anno
1655, con istromento in data 11 gennaio, Tommaso Mareri vendeva il Castello di
Marcetelli al Cardinale Francesco Barberini per il prezzo di 25.000 scudi romani,
previo assenso del Pontefice Innocenzo X, perché il predetto feudo era
compreso nel territorio dello Stato Pontificio. Era infatti
comune dello Stato Pontificio, al confine con il Regno delle Due Sicilie, tanto
che nei pressi del paese sono ancora visibili i termini confinari dei due stati,
esistenti prima dell'unità d'Italia. La storia di
Marcetelli, anche per la sicurezza del luogo e la sua collocazione confinaria,
fu spesso meta di briganti che infestarono la valle del Salto nei secoli XVI e
XVII. Un fenomeno destinato a protrarsi almeno fino a quando non si instaurò
la signoria dei Barberini. All'inizio del 1900 Marcetelli contava oltre 1200
abitanti. Oggi i residenti sono ridotti ad appena 219 ed il numero sembra destinato
ulteriormente a scendere. Al solito, il motivo di questa massiccia migrazione
deve essere individuata nella ricerca di fonti di lavoro da parte della popolazione.
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LA
STORIA E LA MEMORIA
di Tersillo Leggio
La
fondazione di Marcetelli è abbastanza complessa e mostra in modo paradigmatico
il rapido procedere dei diboscamenti lungo le pendici dei monti Carseolani, che
ebbe un forte incremento all'indomani della conquista normanna della valle del
Salto, avvenuta poco prima della metà del XII secolo e che comportò
un profondo mutamento con la quasi totale sostituzione dell'antico manto vegetazionale,
caratterizzato dal bosco misto, e con l'impianto massiccio del castagneto da frutto.
L'insediamento, dapprima caratterizzato da nuclei pionieristici, incominciò
ad accentrarsi intorno alla metà del XII secolo, come attesta la comparsa
nel 1182 della pieve di S. Maria de Massitello, detta nel 1252 de Ilicis, a ricordo
del lecceto che doveva contornare ancora la chiesa, e poi de Villa, per via del
villaggio contadino che poco a volta le era sorto vicino. Da S. Maria, sempre
nel 1252, dipendevano, tra le altre, le cappelle di S. Lucia, di S. Venanzio e
di S. Martino de Marscitello. Il castello di Marcetelli
dovrebbe esser sorto soltanto sullo scorcio del XII o agli inizi del XIII secolo
forse per rinsaldare quest'area di frontiera, che generò nel tempo controversie
consistenti con Marcetelli che fu per qualche tempo incluso nel regno meridionale,
per tornare poi in modo definitivo nello stato della Chiesa. E’ possibile
che fondatori del castello siano stati proprio i Mareri interessati a consolidare
in modo stabile i loro possessi nell'area, che in seguito ne furono per lungo
tempo possessori, tranne due brevi parentesi. La prima con Federico Il che privò
Tommaso dei suoi fèudi, perché, dopo essere stato un fedele funzionario
imperiale, aveva nel 1247 cambiato partito cedendo la Romagna, di cui era vicario,
al pontefice. La seconda con Carlo I d'Angiò che punì i figli di
Tommaso, Filippo e Giovanni, per il convinto appoggio concesso agli Svevi.
Marcetelli, fu infeudato il 17 luglio del 1271 ad un fedele
provenzale Guglielmo Accrochemoure,che lo detenne fino al 1278-1279 quando lo
rassegnò alla curia angioina. Ridotto allo stato di casale, privato cioè
del nucleo fortificato, ancor oggi in parte visibile in un colle a meridione dell'abitato,
fu occupato illegittimamente dai fratelli Pietro e Stefano Colonna e nel maggio
del 1284 re Carlo I impose la sua restituzione al legittimo feudatario Giacomo
de Campaniola. Agli inizi del Trecento i Mareri riuscirono a tornare in possesso
di Marcetelli, che, pur attraverso le complesse vicende patrimoniali della famiglia
cicolana, venne a far parte dei loro feudi posti nello stato della Chiesa. Intorno
alla metà del XVI secolo il feudo fu confiscato dalla camera apostolica
a Francesco Mareri, ma la moglie Lavínia Savelli ne ottenne la restituzione
in nome dei quattro figli, Giovanni Antonio, Giovan Girolamo, Cesare e Marzio.
Alla morte dei primi due, senza eredi, i feudi rimasero a Cesare e Marzio, che,
per aver dato rifugio e protezione a banditi, fu condannato a morte nell'agosto
del 1615 e giustiziato di lì a poco. La condanna comportò il sequestro
di tutti i feudi, ma i figli di Cesare, assieme a Lelio, figlio naturale di Marzio,
riuscirono nel 1623 ad ottenere la loro restituzione. Nel
1655 il castello di Marcetelli fu venduto al cardinal Barberini per 25.000 scudi
da Tommaso Mareri che ne possedeva sei once, da Tancredi Mareri che ne possedeva
tre e mezza e da Angelo e Ottavio Mareri che ne possedevano le restanti due e
mezza. Nel 1817 con il definitivo riordinamento dell'assetto territoriale
della delegazione di Rieti, Marcetelli, con 410 abitanti, era considerato un luogo
baronale del distretto di Rieti. Subito dopo, il 13 dicembre, però, il
principe don Francesco Barberini rinuncio ai suoi diritti feudali sul castello.
A Marcetelli nel 1853 si vendeva soltanto sale e tabacco, gli abitanti erano 591,
riuniti in 128 famiglie, che occupavano 116 abitazioni. La parrocchiale era dedicata
a S. Vincenzo; la mola a grano apparteneva ai Colombi.
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MARCETELLI.
A FARE SETTEMBRE di Luciano Sarego Le curve
delle strada che costeggia il lago sono ripetute senza un'apparente meta. Hanno
- sembra - il semplice scopo di misurare il perimetro del lago artificiale.
Senza un grido o squittìo d'uccelli, un respiro scende dalla parte pressoché
continua di bosco, alta sulla destra del viaggiatore. Al bivio, appena accennato,
per Marcetelli, aspetta un invito al salire con la curiosità di pervenire
ad un qualsiasi varco di quella stessa parete che, allontanatasi, si distende
ora in magnitudine. Ecco i primi caseggiati di Marcetelli in alto, allungati
con troppo ardire su un costone come mura di castello, e poi, salendo salendo,
dentro boschi di castagneti riuscire ad un larghissimo panorama sottostante sui
cui bordi si fanno riconoscere, inaspettatamente, fra altre belle e nude, le cime
del Terminillo e del Velino. Sono gli estesi, quasi interminabili
castagneti, l'antica occasione dei marcetellani al mestiere di bottaio (e di cerchiàru)?
Nell'età moderna questi castagneti certamente forniscono in abbondanza
legname per la costruzione di tine, bigonce, cupelle, e generazioni di bottai
lo sperimentano come il più idoneo, trattandolo secondo regole accreditate
dalla antica tradizione che non ammette variazioni: in gennaio il taglio della
pianta priva di nodi ("non innestata") con l'accetta, il segamento del
suo tronco con un segone a mano, tenuto alle estremità da due uomini, per
ottenere tronchetti o rocchi, lo scortecciamento o riquadratura dei rocchi con
l'accetta sottile, la preparazione delle doghe grezze con il cortéllu;
fino al 10 luglio la stagionatura delle doghe; dall'11 luglio la lavorazione delle
doghe stagionate, la formazione dei fondi, il rinforzamento o legamento delle
doghe tramite cerhi in legno di cerro, salce, noce e raramente castagno per la
costruzione dei più richiesti recipienti per acqua, vino e aceto. E
chissà se gli stessi castagneti sono anche una costrizione marcetellani.
Nel primo cinquantennio nostro secolo, fra un migliaio di residenti, si contano
sulle dita i fabbri, i calzolai e le famiglie di pecorai, e un solo residente
esercita il mestiere di falegname. Ma il mestiere di bottaio (e di cerchiaro)
continua oltre gli 1950, che pur registrano il triste inizio dello spopolamento,
ed esercitato fino agli anni '70, cedendo solo all'introduzione nefasta in questi
anni dei recipienti in plastica. L'abbondanza del legname
di castagno non può essere infinito per Marcetelli, paese di bottai unico
nel Cicolano e nella Sabina Già dall'ultimo ventennio del secolo XIX,
bottai marcetellani ritengono di doversi procurare il legname a Vatìllo
di Antrodoco, nei castagneti di Borgovelino e di Paterno, e in località
ben più distanti come Marano Equo e Subiaco. Con questa particolare
iniziativa cammina e cresce l'intraprendenza. La vendita di tine, bigonce, barili
e cupelle fuori il Marcetellano, assieme alla riparazione di vecchi recipienti
in legno con cerchi e fondi già preparati, occupa puntualmente nell'autunno
di ogni anno il siero e la volontà dei locali bottai. E’ l'andare
"a fare settembre" della propria patria: nel Frusinate e intera Ciociarìa
o in Abruzzo, in un giro che durerà in verità fino a metà
ottobre con duri cammini, non importa se fatti per lo più a piedi, non
solo fino ai paesi forestieri, scelti come temporaneo ritiro ma anche da questi
ultimi a numerosi altri della medesima regione. Si può immaginare allora
quanto sia familiare a Marcetelli, anche presso i non bottai, il repertorio dei
ferri del mestiere. Ma dove sono i fabbri che forgiano questi arnesi specialistici?
Tutti a Varco Sabino. Fra essi Lombardo Fornara nato 1881 era quello più
esperto. I fabbri marcetellani Cipolloni Romeo e Amaranto Giuli, morti nel
1962/1963, indirizzano invece la loro opera a forgiare zapponi, roncole, ferri
per cavalli, muli ed asini. Attualmente il ricordo dell'andare
"a fare settembre", vivo ancora negli anni '50, dei bottai marcetellani,
scopre tratti di rilevata epopea, malcelata dietro l'affermazione che esso interessava
ben cinque province con puntate (addirittura) fino a Firenze. Innanzitutto
alcuni itinerari e particolarità di viaggio del periodo 1930-1950.
Negli anni '30 i marcetellani, trasportati con mule a Teglieto cerchi, fondi e
articoli finiti, li caricano sul carretto di Abatino Silvi, indirizzandoli a Celano,
nella Marsica. Da Celano li spediscono a Prezza tramite ferrovia. Negli stessi
anni un itinerario è quello da Marcetelli ad Arsoli, percorso a piedi attraverso
Paganico, sotto Vivaro Romano, Vallinfreda e curta (accorciatoia) per Arsoli.
Più brevi, ma altrettanto familiari, sono quello da Marcetelli per L'Aquila
attraverso S. Lucia di MARCETELLI, Cerqucce, la montagna con discesa a Piedi La
Costa o a Santu Nicola, vicino a Tornimparte, e Sassa; e quello da Marcetelli
a Montelibretti per Paganico, Ascrea, Castel di Tora, Colle di Tora, Posticciola.
Infine il trasporto sempre con mule fino a Paganico, e da qui fino a Carsoli per
dirigersi verso Ferentino o per Tagliacozzo e di nuovo, quindi, per la Marsica
e oltre. Tutte direttrici fondamentali, che nelle zone o regioni d'arrivo,
s'aprono ad un fitta rete di percorsi: la Marsica, appunto, con Avezzano, Collarmele,
Pescina, Trasacco, Celano, e da qui l'altipiano del Sirente con Ovindoli, Rocca
di Mezzo, Rocca di Cambio e Terranera; e la vallata subequana con Goriano Sicoli,
Castel di Ieri, Castelvecchio Subequo, e la vallata sulmonese con Bugnara, Pacentro,
Pratola Peligna, Prezza; e la valle dell'Aterno da Molina e S. Demetrio a Cagnano;
e Marano Equo, Agosta, Oricola Pereto, Subiaco e Paliano; e il Frusinate con Anagni,
Ferentino, Scurgola e Ripi: tutta la Ciociaria fino a Ceprano con Ceccano, Pofi,
Supino. Ma certo questi cammini fuori paese sono moderne vie crucis, che incanalano
un più antico ma identico sacrificio. A tracolla
i cerchi, in piena vista la segarella e i fondi, il tascapane con gli altri arnesi:
tutto un armamentario tradizionale che opprime per il peso e, effettivamente scorza
sugli abiti, nasconde le individualità moderne, pur esistenti, dei bottai
marcetellani in cerca di lavoro. Ma il cerchiaro marcetellano è già
comunque figura particolare, identificata disinvoltamente con quella dell'artigiano-povero-itinerante
della narrativa di tradizione orale, che nel contempo altri esempi, ugualmente
reali, della provincia di Rieti: sarti, calzolai, ombrellari, piattari ambulanti,
s'incaricano dal loro canto di continuare a riconfermare. V'è anche
il fatto che il sentimento, pur contemporaneo del cerchiaro marcetellano, di stare
a sopportare al suo arrivo nei paesi forestieri la curiosità divertita
e anche i dileggi degli abitanti, esce gia troppo assorbito dall'eguale ma tutto
letterario sentimento dell'artigiano-bisognoso-ingegnoso-itinerante dei racconti
tradizionali. Ma Marcetelli rimane paese nel tempo storico. Da esso occorre
sì partire in settembre, ma ad esso sempre si ritorna. E’ il centro
dell'animo avventuroso dei marcetellani residenti. S. Venanzio, altro avventuroso,
percorsa tutta la montagna di Fiastra, sostato a Raiano, non preferì in
un altro suo tragitto Marcetelli, tanto che volle diventarne patrono?
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